2 ottobre – Giornata Mondiale della Nonviolenza

La nonviolenza ci chiede di tornare a un compito essenziale: “non disumanizzare l’altro”, privando una persona o un gruppo delle qualità proprie dell’uomo, come la dignità, l’empatia e i sentimenti., specie quando l’altro ci appare distante, ostile, incomprensibile.

Il 2 ottobre, nel giorno della nascita di Gandhi, il mondo ricorda che la nonviolenza non è un’utopia gentile, ma una pratica esigente: un modo di stare nella realtà senza consegnarsi né alla rassegnazione né alla ferocia. È un’arte difficile, che chiede di vedere le ferite senza trasformarle in armi, di riconoscere i torti senza replicarli, di restare presenti anche quando la paura suggerisce di fuggire o di colpire.

Per Gandhi – come per Aldo Capitini, il Gandhi italiano – la nonviolenza era soprattutto una scelta rivoluzionaria nella quotidianità: entrambi ritenevano che la nonviolenza non è pensabile soltanto come rifiuto di fare il male, di agire male nei confronti delle creature, è anche un modo eminentemente attivo di intervenire e di essa fanno parte la nonmenzogna e la noncollaborazione con chi opera attraverso soprusi e ingiustizie.

OGGI PIU’ CHE MAI URGE SOSTITUIRE LE PAROLE ALLE ARMI,
IL RICONOSCIMENTO DI CIASCUNO ALLA VIOLENZA,
IL RAGIONEVOLE COMPROMESSO ALLE BARBARE UCCISIONI.

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La nonviolenza non è passività. È un lavoro: sul linguaggio, sulle relazioni, sulle strutture che generano disuguaglianza e umiliazione. È la capacità di interrompere la catena del danno, di non lasciarsi catturare dalla grammatica della vendetta, di cercare un varco dove sembra esserci solo muro. È un gesto politico e insieme intimo: riguarda le piazze, le istituzioni, ma anche le case, le scuole, i legami quotidiani dove si impara — o si disimpara — la dignità.

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